Riflessioni sulla mia pittura

Mi  sono sempre ritenuta una creatura fortunata perché chi ha voluto che io esistessi (la natura? Dio? I miei genitori!) ha messo su questo strano, poliedrico, a volte duro ma indubbiamente meraviglioso mondo, una persona allegra, serena, ottimista che ha sempre avuto come esigenza prioritaria quella di comunicare con chi le sta attorno.

Comunicare con la parola, con il sorriso, con i gesti.

Ma ha anche avuto un grande privilegio, il dono di riuscire a farlo anche attraverso la pittura.

L’esigenza di esprimere ciò che sentivo si è manifestata sin da bambina stimolata anche dall’incontro con una figura carismatica alla quale sono stata molto legata, un  padre francescano dalla lunga barba grigia, poi bianca, ora purtroppo volato via, che metteva sulle sue tele boschi, fiori, paesaggi innevati, immersi in un’ atmosfera rarefatta, quasi mistica, come era del resto la sua figura.

Lui mi regalò i primi tubetti di colore e due mattonelle su cui tentare di trasferire ciò che avevo dentro, e avevo probabilmente molto!

Ciò che è straordinario è che se ci si priva di cose materiali, alla fine le scorte si possono esaurire, mentre se si danno agli altri proprie sensazioni ed emozioni, la sorgente da cui sgorgano è sempre più ricca e produttiva e crea nuova sorgente!

L’odore della trementina per pulire i pennelli impastati dai colori ad olio mi ha accompagnato per anni mentre attingevo alla natura, mia musa ispiratrice con le sue forme e i suoi colori, magari reinterpretati, ma verosimili.

Colline, laghi, fiori, alberi che raccontano la bellezza del creato, che vogliono parlare anche ai tanti distratti che spesso nemmeno si accorgono più di quante cose straordinarie ci circondano.

Nella primavera del  1982, organizzai la mia prima mostra a Santa Maria degli Angeli, ai piedi della spirituale Assisi; un’esperienza unica per le mille sensazioni che provai che andavano dalla gioia di mostrare quelle mie creature al timore di essere giudicata inadeguata, ma straordinaria soprattutto perché condivisa con il mio primo figlio che stava crescendo dentro di me.

Più tardi condividerò questa bella sensazione anche con il mio secondo figlio.

Fu un vero incredibile, inaspettato, primo successo.

In quella prima mostra, tra i tanti quadri presentati, marine, vasi di fiori, viali e colline fiorite, c’era un 30×40, con il fondo verde acqua, con una fontana al centro, tipo torta nuziale, e tanti strani alberi perfettamente rotondi, punteggiati di fiori tra cui si rincorrevano bambini felici seguiti dallo sguardo delle loro mamme.

Quell’albero, presente in quell’unico quadro, dopo quasi venticinque anni, è ancora presente nelle mie tele, anzi è la mia firma tanto che c’è chi dice ”lei è quella degli alberi a palloncino!”.

Non so come mi è venuto in mente, forse avevo ancora dentro di me quello che disegnavo da bambina o forse semplicemente l’ho rappresentato nella forma che ritengo più armonica, il cerchio!

Ma da tanti anni ormai  sono diventata anche “quella delle suorine”.

E tutti mi domandano il perché della loro presenza, forse una vocazione non corrisposta?

O forse un impeto di femminismo da opporre ai vari fraticelli  proposti da molti artisti umbri?

Niente di tutto questo, semplicemente una piacevole scoperta!

Per anni avevo visto la figura della suora come probabilmente triste, certamente mesta, forse perché condizionata dall’immagine che portavo dentro di me di una zia monaca di clausura, sfumata da una grata di ferro battuto che mi separava da lei nelle visite, per la verità rare, che le facevo.

Ma nel corso di una delle mie mostre organizzate ad Assisi ho avuto modo di cambiare la mia idea su questa tipologia di donna grazie ad un gruppetto di loro che, incuranti di chi avrebbe potuto notare la loro particolare euforia, camminavano allegre, quasi scanzonate, canticchiando e ridendo!

È stata, per me, una piacevole sorpresa, la scoperta di una realtà, poi confermata da alcune di loro, che la maggior parte  delle persone ignora, o semplicemente non nota.

Forse come un bel tramonto dai colori troppo forti, insoliti, che pensiamo possa non esistere, ma che invece forse non vediamo per distrazione o poca sensibilità.

E da allora le mie “suorine” corrono, danzano, volteggiano, a volte scambiate per rondini, altre viste come note musicali distribuite sul pentagramma.

Esse appaiono fuggevoli sopra le colline umbre morbide “come i seni di una madre”, a volte velate da nuvole leggere “come bolle di sapone”,  altre volte in fondo al mare, trasmettendo comunque un messaggio di gioia e leggerezza già comunicato, mi auguro, attraverso i colori sempre luminosi e pieni di calore.

Colori ormai privi dell’odore dell’olio di lino, perché da tanti ho scoperto gli acrilici nelle loro infinite gamme, capaci di miscelarsi e mutarsi, creando mille sfumature.

In questo preciso momento in cui sto scrivendo, mi sto rendendo conto che forse San Francesco, attraverso le sue “discepole”, ha voluto condizionare la mia produzione artistica, forse per permettermi di dare, come lui, un messaggio diserenità e gioia nell’ammirazione della natura che ci circonda.

Sta di fatto che chiunque si avvicina alla mia produzione artistica mi testimonia il messaggio di serenità che riceve e dal quale viene contagiato.

Dopo tante mostre, dalle collettive o personali nella mia città o in altre città italiane, alla partecipazione a rassegne internazionali di arte contemporanea (Biennale Internazionale di Arte Contemporanea a Firenze; Triennale Internazionale di Arte Contemporanea a Parigi…), il riconoscimento più grande è il sorriso caldo e la stretta di mano di coloro che si avvicinano alle mie opere, ne percepiscono il cuore e mi ringraziano per la gioia che riesco a dare loro e loro ne danno, di riflesso, a me.

Questo è ciò che più conta della mia pittura, molto di più delle classificazioni nelle quali si vuole collocare, “naif” per alcuni, “surreale” per altri, “figurativo fantastico” per altri ancora, e devo dire che è la definizione, se definizione ci deve per forza essere, che maggiormente condivido, credo che il valore di una cosa, come di una persona, non sia dato dal suo nome, ma ciò che è nella sua sostanza più vera.